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Cattive notizie


Èun sabato mattina come tanti. Il Corso è pieno di gente che passeggia lentamente. Ci sono anche molti turisti che affollano la Piazza; chi prende il caffè da Striccoli, chi si lamenta ripetutamente del caldo e maledice l'estate, quasi fosse la prima volta che arriva. Ma tutto questo fa parte della routine, di quelle frasi di circostanza che vengono pronunciate solo perchè è arrivato il momento di pronunciarle. Ma la città è anche bella per questo, si riconosce nei luoghi comuni. Incontro Michele Loporcaro in Piazza Santa Teresa. Questo il luogo dell'appuntamento. La sua puntualità dimostra il suo essere un po' “svizzero”; insegna infatti Linguistica Romanza all'Università di Zurigo.
Dove nasce Michele Loporcaro?
Sono nato e cresciuto a Roma, ma mio padre è originario di Altamura, come si nota dal mio cognome. Sono sempre tornato qui per le vacanze, soprattutto in occasione del Natale.
La prima fatica è stata la sua tesi di laurea, La Grammatica altamurana. Un lavoro meticoloso che ha analizzato tecnicamente questo antico dialetto.
E' stato il mio primissimo libro, poi ne ho scritti altri due, che hanno temi prettamente specialistici.
Perché ha scelto di analizzare proprio il dialetto di Altamura, lei che è nato e cresciuto nella Capitale?
La linguistica è una passione che ho avuto sin da piccolo, è stata poi fomentata dai miei genitori che durante un Natale ad Altamura, mi regalarono la grammatica storica dell'italiano e dei suoi dialetti, un libro di Gerard Rohlfs, pubblicato dall'Einaudi. Lo fecero perché volevano assecondare la mia passione. All'università ebbi la possibilità di fare un lavoro su di un sistema linguistico, e avendo ad Altamura le possibilità logistiche, scelsi di analizzare il suo dialetto.
Gerard Rohlfs ha scritto numerosi dizionari sui dialetti meridionali e sull'origine dei cognomi. E' nei suoi progetti realizzarne uno sul dialetto altamurano?
Sto lavorando da tempo ad un progetto che rielabora materiali che già esistono presso l' archivio biblioteca museo civico (ABMC), e ogni anno, quando ho la possibilità di ritornare ad Altamura, lo continuo un po', certamente non con la stessa intensità dei primi lavori.
Il suo libro la grammatica altamurana è a tutt'oggi il lavoro scientificamente più completo sul dialetto altamurano. Quali sono le conclusioni che si traggono leggendolo.
Il libro è molto tecnico perché ho analizzato il dialetto dal punto di vista linguistico, ma anche il lettore meno esperto può trarre informazioni molto interessanti e piacevoli, quali quelle che riguardano le analogie con la lingua spagnola, gli arabismi, come ad esempio il termine taùte, cassa da morto, che deriva appunto da una parola araba.
Quale percorso segue prima di andare ad insegnare alla prestigiosa Università di Zurigo?
Un normale percorso fatto di concorsi. Ho insegnato all'Università di Cosenza e poi ho vinto la cattedra a Zurigo. E sono felice, soprattutto perché il mondo accademico italiano è troppo legato alle parentele, cioè i concorsi non sono poi così trasparenti e si preferisce o si agevola un figlio o un nipote invece di premiare le intelligenze presenti sul territorio.
Ma veniamo al suo Cattive Notizie, libro edito da Feltrinelli. Lei critica aspramente i mass-media italiani, e soprattutto il modo con cui li stessi fanno informazione. Cosa lo ha spinto a scrivere un libro del genere?
Prima che essere un linguista, sono anche un cittadino italiano. Questo libro non l'ho scritto da accademico, ma da cittadino-lettore. L' informazione italiana vive momenti grigi, perché alla base di tutto c'è soprattutto un problema di struttura. I giornali, i giornalisti hanno poca formazione, sono legati troppo alla spettacolarizzazione della notizia. Non come accade in Inghilterra (terra dove è nato il giornalismo ndr) dove c' è una separazione netta fra informazione e spettacolo.
Un concetto molto interessante del suo libro è quello di una necessaria separazione tra immagine e parola scritta, o meglio l'uso dell'immagine non deve essere abusato a scapito della parola. Perché ha una visione così radicale di questo tema?
L'immagine di per sé è molto suggestiva, infatti è servita in passato per acculturare in parte gli analfabeti. I chiostri delle nostre chiese sono pieni tuttora di belle sculture, così come i portali delle cattedrali che erano detti la bibbia dei poveri, mediate visualmente in una società composta prevalentemente da analfabeti. Ciò detto, quello a cui si assiste negli ultimi anni va sotto il nome di svolta iconica (iconic turn), teoria in base alla quale nella società contemporanea c'è un prevalere dell'immagine, che eredita, sbagliando, una serie di funzioni che erano state negli ultimi secoli appannaggio della parola. Questo è un grave equivoco perché quando si dice che l'immagine comunichi molto più di tante parole, si è in presenza di mistificazioni. L'immagine attiva altri canali, ma non la si capisce se non ci si ragiona sopra, e per ragionare serve l'istruzione e la comprensione attraverso la parola. E questa è la funzione dell'istruzione pubblica, che a partire dal movimento illuminista, in larga parte proseguendo ciò che aveva previsto la riforma protestante, prevede una istruzione di massa in cui tutti quanti possano essere capaci di azione e dibattito politico. Solo con la lettura possiamo ottenere quindi questo risultato.
Non pensa che l'informazione a carattere locale possa essere un baluardo di genuinità in questo oceano di mistificazione?
Assolutamente si. L'informazione locale è ciò che era l'informazione all'inizio. Si informava la comunità su ciò che accadeva in città, come avveniva nel '700. Col telegrafo, come dice Neil Bosman in un bel libro, si era creata una situazione per cui uno riceve notizie da un sacco di posti senza che la rilevanza di questa notizia sia data a priori. Cioè, le si manda, e spetta a chi le riceve trovarci un senso, e magari non ce lo trova. Se io sento che c'è una tragedia in estremo Oriente, certo è un elemento di conoscenza, ma un cittadino di Altamura del 2005 non può agire in nessun modo. Mentre al contrario la cronaca della vita sociale e della politica locale è una cosa che mi tocca direttamente ed è lì che nasce il giornalismo. Quindi fare bene cronaca e discussione politica locale è un' altissima missione.
I mass media devono essere di parte?
No. Bisogna essere prima di tutto seri. Essere seri richiede a volte che ci si schieri, su questioni però specifiche. Non ci si deve schierare per appartenenza di fede perché allora ritorniamo a prima dell'Illuminismo. Faziosità infatti significa che io prendo posizioni perché appartengo ad una parte. Quindi se mi piace Berlusconi dico che va bene, qualsiasi cosa faccia. Non è questa l'idea. D'altronde l'idea dell'imparzialità assoluta è una cosa pericolosa nel senso che è quella che costituisce la retorica pubblica dei nostri TG. Essi, ad esempio, dicono “Il Governo dice così e l'opposizione dice colà”, poi magari c'è una disposizione della notizia a sandwich (che serve a lasciare impressa nella memoria una dichiarazione anziché un'altra). Ad esempio se il ministro Tremonti dichiara che l'euro ha creato grossi scompensi nell'economia e subito dopo si ascolta l'opposizione affermare che non è vero, allora si è fatta cattiva informazione. Non c'è infatti l'esperto, indipendente, dentro il contenitore TG, a dire che magari se non ci fosse l'euro l'Italia sarebbe ancora più a rotoli di quanto non lo sia oggi. Questa cosa di non prendere posizione, nascondendosi dietro l'imparzialità, è un guaio anche questo.
Quindi l'informazione ha vari livelli di lettura?
Esattamente. La faziosità non ha livelli, ma la presa di posizione si.



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Qualcuno dice:
Per più di 50 anni ho meditato sul come e sul perché venga un'idea, e non posso dire nulla di più oggi di quanto potessi quella mattina.
-- Harold S. Black

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